23.10.2019 – di DON ANTONIO INTERGUGLIELMI –

Possiamo vivere la nostra fede non come un dono ma come un merito.
E giudichiamo, chi non è bravo come noi, ci sentiamo superiori agli altri, proprio come il fariseo del Vangelo di Luca di questa domenica: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.

Questa frase sembra pronunciata da alcuni di quelli che sono tanto attivi nelle nostre chiese, dimenticando, però, come dice San Paolo nella lettera ai Filippesi che “Il volere e l’operare vengono da Dio” e che “Dobbiamo adoperarci noi, ma è Dio che produce in noi il volere e l’agire” (2,13).

Niente conquista più il cuore di Dio dell’umiltà; nulla allontana di più da noi lo Spirito Santo, come il sentirsi superiori, giudicare gli altri, credersi già giustificati per le nostre (povere) opere.

Avere fede è il contrario di questo sentimento, del sentirsi giusti e quindi superiori: il pubblicano è giustificato non dalle opere, ma perché riconosce la sua povertà. Gesù Cristo si è fatto uomo come noi, ha preso su di sé la nostra debolezza, si è fatto trattare da ultimo, da malfattore, perché nessuno potesse essere escluso dalla salvezza.

Dio non cerca in noi la perfezione, perché tanto non l’avremo mai: non chiede dei burattini che si muovono a comando ma che poi non sanno amare nessuno…Cerca invece uomini che conoscono la propria fragilità, che hanno provato l’amore di Dio proprio in questa povertà e che per questo hanno comprensione e amore per gli altri.

E’ la nostra povertà, che scopriamo amata da Dio, che ci fa uomini nuovi.