21.03.2020 – DON ANTONIO INTERUGLIELMI

Come mai Gesù al cieco che ha guarito dice: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi»?
Può sembrare strano, ma l’inizio della vera conversione è proprio rendersi conto che siamo ciechi, che non siamo capaci di vedere con “gli occhi” di Dio. Tante volte ci perdiamo in mille occupazioni, perdendo di vista il senso della nostra vita. Così, siamo preoccupati di tante cose, che ci sembrano fondamentali, lavoro, soldi, affetti, successo, divertimento, case, etc. Lì è il nostro cuore.

            Così, il “perché viviamo”, quale è la nostra chiamata nella vita, la mettiamo da parte, insieme a Dio; la nostra fede è solo un momento che viviamo partecipando ad un rito, assolvendo un obbligo ma che non cambia la nostra vita, anch’esso in fondo a servizio dei nostri progetti.  

            Ma Dio non ci abbandona nel nostro “vuoto esistenziale”: arriva un fatto, un avvenimento che ci apre gli occhi, spesso qualcosa che rovina i nostri piani, ci scomoda, ci fa scendere dalle nostre illusioni di autosufficienza. Proprio come avviene al cieco, che non chiede nulla ma a cui, quasi fosse un dispetto, Gesù getta del fango negli occhi. Proprio con quel fango lo guarisce. Lo guarisce perché il cieco lo ascolta e va alla piscina di Siloè a lavarsi.

            I farisei allora interrogano il cieco guarito, ma non gli credono, perché non sono capaci di accettare qualcosa di nuovo, che non dipenda dai loro sforzi: loro sono preoccupati delle apparenze, del rispetto del sabato, mentre a Gesù interessa l’uomo, interessa la nostra Salvezza.           

            Proprio lui, il mendicante, il cieco, che tutti consideravano un poveretto senza speranza, riconosce Cristo e fa la Sua professione di Fede. Perché ha conosciuto nella sua povertà, nella sua debolezza, l’Amore di Dio.