25.01.2021 – PAMELA SALVATORI

Carissimi, in questo articolo vi proponiamo una breve riflessione sul rapporto lavoro-famiglia/società, sul quale è intervenuto a più riprese il Magistero sociale della Chiesa, e che si rivela perennemente attuale.
Il valore e l’importanza del diritto al lavoro e alla proprietà privata si comprendono meglio quando vengono considerati in relazione alla famiglia, quale società necessaria anteriore ad ogni altra società umana. Proprio nel legame esistente tra lavoro e famiglia emerge più chiaramente la dimensione sociale del lavoro umano.
Innanzitutto si deve considerare che il diritto alla famiglia è naturale, universale e inalienabile per ogni essere umano. Il Catechismo della Chiesa Cattolica esprime questa verità quando afferma che l’istituzione familiare che procede dal matrimonio tra uomo e donna precede ogni riconoscimento dell’autorità pubblica e si impone di per sé (cfr. CCC 2202).
La famiglia, in quanto società domestica retta da un’autorità propria, ha bisogno di provvedere alla propria sussistenza mediante l’acquisto dei mezzi necessari e ciò non è possibile senza il lavoro. Considerato in tale prospettiva esso si presenta come quella condizione che permette il formarsi stesso della vita familiare e costituisce un fondamento importante perché la famiglia possa sussistere.
Il Santo Padre Leone XIII, ai suoi tempi e nel contesto sociale a lui contemporaneo, metteva in evidenza soprattutto la necessità del lavoro per il capo della famiglia chiamato a provvedere al mantenimento della prole mediante l’acquisto dei beni fruttiferi da trasmettere in eredità. In tal modo egli sottolinea ancora una volta il diritto alla proprietà privata che le leggi civili devono confermare e assicurare (Rerum Novarum n. 10). È un diritto della famiglia quello di scegliere i mezzi per la sua conservazione e possedere delle proprietà individuali da trasmettere ai figli.
San Giovanni Paolo II, a distanza di quasi un secolo, ribadisce la medesima idea e la sviluppa alla luce della prospettiva del soggetto del lavoro (dimensione soggettiva). Può così affermare che il lavoro oltre a consentire la vita e il mantenimento della famiglia permette anche alla famiglia di raggiungere i propri fini, specialmente l’educazione della prole. Infatti, proprio mediante il lavoro ogni membro si perfeziona in quanto uomo ed è questo l’obiettivo principale del processo educativo (Laborem Exercens n. 10).
La famiglia è il luogo privilegiato per educare alle virtù, all’esercizio della vera libertà, al rispetto reciproco e alla fede; è l’ambito naturale per iniziare l’uomo al lavoro, alla responsabilità comunitaria e alla vita in società (cfr. CCC 2223-2224), affinché una volta divenuti adulti i figli possano scegliere consapevolmente il loro stato di vita e la professione da svolgere per contribuire al bene dell’umanità (cfr. CCC 2230-2231). Pertanto, se è vero che la comunità familiare è resa possibile dal lavoro è pur vero che proprio la famiglia è la prima e più importante scuola di lavoro per ogni uomo. Ne deriva che la famiglia stessa «costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l’ordine socio-etico del lavoro umano» (ibidem).
Procedendo nella sua riflessione san Giovanni Paolo II fa emergere un cerchio ancor più ampio di valori relativo alla dimensione soggettiva del lavoro e inevitabilmente legato alla famiglia. Si tratta dei valori che riguardano la “grande società” a cui l’uomo è legato mediante vincoli culturali. Anch’essa contribuisce all’educazione di ogni singolo uomo benché indirettamente: ciascuno apprende nella propria famiglia i valori e i contenuti propri della cultura della società in cui la famiglia stessa è inserita come sua cellula vitale e originaria (cfr. CCC 2207). Tale società, anche qualora non fosse ancora una vera e propria nazione, è l’espressione del lavoro di tutte le generazioni che attraverso il loro impegno hanno contribuito e contribuiscono attualmente al bene comune accrescendo il patrimonio della famiglia umana.
Quando non si comprende o si perde di vista la grande realtà del lavoro con tutte le sue implicazioni si cade in gravi errori, come dimostra la storia. San Giovanni Paolo II ritiene che alla base dei conflitti socio-economici ed ideologici dei tempi recenti, in particolare quello che contrappone il capitale al lavoro, vi sia proprio una falsa concezione del lavoro. In effetti, sia l’ideologia marxista sia quella capitalista dimostrano di non intendere adeguatamente il rapporto lavoro-capitale. Esiste una priorità del lavoro sul capitale, ossia sull’insieme dei mezzi di produzione che per loro natura sono destinati al servizio del lavoro e di conseguenza non possono opporsi ad esso. Ma ancor più esiste una priorità della persona sulle cose e quindi sul capitale stesso che, in senso stretto, è un insieme di cose. Dalle erronee concezioni ideologiche dell’economismo e del materialismo pratico, che invertono i valori e fanno dipendere il soggetto umano e il suo lavoro dal profitto, non possono che scaturire nefaste conseguenze per l’uomo, i suoi diritti fondamentali, per la famiglia e l’intera società civile. Per questo l’enciclica Laborem Exercens auspica un’adeguata rivalutazione del lavoro e della famiglia, in particolare dei compiti materni, tenendo in debita considerazione che i figli necessitano della presenza e dell’amore materno per crescere e svilupparsi come persone mature sia sotto il profilo morale che psicologico. Risulta alquanto opportuno che sia data la possibilità alle donne di dedicarsi alla cura dei figli in base ai bisogni della loro età. Infatti, troppo spesso la necessità di un guadagno costringe le madri a trascurare la loro missione per assumere un impegno lavorativo fuori che le costringe a vivere lunghe ore lontano dalla famiglia, con un danno alla famiglia stessa e all’intera società. È conveniente che le donne possano svolgere dei lavori adeguati alla loro indole e missione femminile, affinché non sia trascurata la famiglia ove la madre svolgerà sempre un ruolo insostituibile (Laborem Exercens n. 19).