02.05.2020 – DON ANTONIO INTERGUGLIELMI

Questa domenica che è dedicata al buon pastore: la missione di Cristo che continua attraverso il sacerdozio, perché il Signore chiama a custodire e a portare a Lui gli uomini, annunciando il Suo Amore.
Non conta se questi uomini sono poveri e imperfetti, come del resto i discepoli: anzi è proprio la consapevolezza di avere un compito che non sono capaci di svolgere da soli che li rende autentici annunciatori della Grazia di Dio. La povertà non impedisce di annunciare Cristo; quello che impedisce è al contrario quando si mette al centro noi e non Lui.

Dio sceglie Israele come Suo popolo; non perché sia il più potente o abbia dei titoli di merito; non chiama per le qualità, ma per un mistero d’amore: anche se poi però dona tutte le Grazie necessarie per la missione. Ma sono le Sue, non le nostre. Lui è il buon pastore: solo seguendolo possiamo esserlo anche noi.

Si risponde ad una chiamata, alla vocazione appunto, senza altri progetti che stare con Cristo, per essere come Lui buon pastore.

Il Signore chiama i sacerdoti per una missione molto seria: custodire il Suo gregge. Non tanto per organizzare gite o guidare associazioni benefiche, benedire quadretti o macchine, ma per predicare il Vangelo. Così si custodisce il gregge dai lupi, dai falsi profeti che ingannano con le loro lusinghe, parole melliflue, ma che vogliono solo rovinare la vita degli uomini: «Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere».

Ecco perché oggi Gesù nel Vangelo ci chiama alla verità: «Fai strada ai poveri senza farti strada», scriveva don Milani al suo amico Fabbrini. Il buon pastore, il pastore che è immagine di Cristo è capace di mostrare la bellezza di Dio nella nostra vita, ossia l’Amore.

Come quel maestro di scuola elementare che ricordava un giorno don Tonino Bello in una sua omelia: «Non aveva l’ansia di rivelarci tutto. Non era malato di onnipotenza culturale. E neppure ci imponeva le sue spiegazioni. Qualche volta sembrava fosse lui a chiederle a noi. Ma quando dopo gli acquazzoni di primavera spuntava l’arcobaleno, ci conduceva fuori per contemplarne la tenerezza dei colori. E, mostrandoci le rondini che garrivano in cielo, ci diceva che non dovevamo abbatterle con le nostre frecce di gomma perché Dio, la sera, le conta una ad una» (da Lettere di un Vescovo ai catechisti).