8.03.2026 – DON ANTONIO INTERGUGLIELMI
Nell’anno liturgico che stiamo trascorrendo la Quaresima è arricchita dalle letture che fanno parte dell’iniziazione cristiana: Il Vangelo di questa domenica è infatti una catechesi fondamentale per i catecumeni, che nel tempo della Quaresima fanno la preparazione immediata per ricevere il battesimo nella notte di Pasqua.
Nel Vangelo di Giovanni vi è una samaritana, che andava costantemente al pozzo a prendere un po’ di acqua per calmare la sete. Ma l’acqua le finisce presto e deve continuamente ritornare al pozzo. Noi siamo questa samaritana. Abbiamo tutti sete di felicità, di serenità, di comunione, di pace, e andiamo a cercarla, magari anche in Chiesa, o forse in altri posti, e lì ci viene un po’ placata. Ma presto abbiamo sete di nuovo e così torniamo a cercare acqua, come la samaritana.
«Arriva una donna. È figura della Chiesa, non ancora giustificata, ma già in via di essere giustificata: questo il tema della conversazione. Arriva senza sapere nulla e trova Gesù, il quale attacca discorso con lei», scrive Sant’Agostino nel suo commento a questo Vangelo.
Gesù le chiede per primo l’acqua, perché lei si accorga che quell’acqua non disseta la vera sete; poi nel dialogo le svela perché la sua sete non si placa, quella profonda, quella dentro di lei. E glielo svela con il dialogo sul marito.
Che c’entrano i tanti mariti della donna samaritana con la nostra sete di felicità? Perché la nostra sete non si placa per la stessa ragione: non ci disseta quest’acqua di Gesù, anche se adiamo in Chiesa, se preghiamo, perché in realtà siamo legati ad “altri”, non ci fidiamo fino in fondo di Dio, non vogliamo rischiare!
Ecco che Gesù ci dice: “adorerete in Spirito e Verità”, che significa seguire Cristo e cercare la volontà di Dio e non vivere la fede cercando che Dio faccia la mia volontà.
Questa è la vera adorazione: entrare nella nostra storia dove Cristo è presente, ci guida. Solo così non avremo più sete, saremo liberi di amare, liberi dagli schemi e dalle immagini di una religione opprimente e vuota.
Mons. Antonio Interguglielmi
